Guido Carlo Argan, 1990
“…Sì, la scultura non ha avuto la stessa crescita della pittura. Ma è comprensibile.
C’è una materia che costa. Eppure in questi ultimi anni sta venendo fuori una pattuglia di giovani scultori, specie al Sud, e qualcuno ha già dato delle prove sicure. Ho visto di recente un’opera di Norcia alla Banca d’Italia, e devo dire che mi ha fatto piacere scoprire che c’è ancora chi si dedica al ritratto con maestria e intelligenza…” (da un’intervista radiofonica)

Cesare Brandi, 1984
“…Non ho avuto modo di vedere la sua mostra, e ne sono rammaricato.
Dal catalogo che gentilmente  mi ha fatto avere, noto una sicura capacità di sintesi e una pulizia di linguaggio che mi sembrano le sue doti più spiccate.
Ho trovato di particolare interesse la “Maternità”, dove il rapporto tra i due soggetti è risolto con un tutt’uno di forte resa. Auguri.”

Anna D’Elia, 1982

Ripercorrendo la storia recente della scultura pugliese sorprende come questa
terra abbia prodotto così pochi artisti attenti alla sublimazione della materia. La meraviglia si radica in una situazione storica millenaria che vede protagonisti in Puglia i maestri della pietra e del bronzo, del legno e della terracotta. Dov’è la maestria degli antichi artigiani pugliesi? La domanda resta senza risposta. La
storia dei Calò, degli Spizzico, del primo Paradiso, di Spagnolo non è sufficiente a colmare la lacuna. Domenico Norcia, un’artista pugliese, ha questa tradizione alle spalle.
Il filo più diretto è quello che lo ricollega ad Aldo Calò.
In comune hanno la tensione costante tra moderno e tradizionale, la materia è il legame concreto con la realtà, l’uso di diversi materiali assicura un rapporto complesso con le qualità strutturali e morfologiche del reale.
Le diverse materie presuppongono processi diversi di lavorazione ed esiti differenti,
la cui somma consente a Norcia di esprimere la complessità del mondo esterno.
Ciò che lo scultore non affida alla figurazione è reso della espressività dei materiali, nei quali resta spesso irrisolto il rapporto tra forma e non forma, massa e spazio.
La storia di Norcia scultore ha inizio all’interno delle poetiche astratto-concrete. La sua scultura si affranca da un rapporto mimetico col mondo per affidarsi ad altri
valori, simboli e plastici.
I primi emergono chiaramente vedendo la produzione di quegli anni. Forme che hanno depurato l’originario rapporto figurativo per approdare a modelli astratti, se pure allusivi, a spunti tratti dal mondo animale, umano, sociale.
È il pericolo delle sculture polimateriche. Il linguaggio plastico declina i valori della spazialità, la scansione delle masse, ora esili ora massicce, si sviluppa nell’equilibrio plastico tra pieni e vuoti.
La linea è curva e morbida, rimanda al mondo organico. Dopo, i ritmi si fanno più
tesi e serrati. Subentra un’attenzione diversa èer i valori geometrici. Nell’ultima produzione Norcia ritorna alla figura. Al suo interno recupera valori arcaici e solenni, quasi un ritorno alla statuaria classica. Ma il recupero è provocatorio.
I dettagli della figura, i suoi ornamenti ripropongono la dialettica tra nuovo-antico che già impregnava le sue sculture astratte.
La ricerca plastica si arricchisce di un nuovo spessore, è l’intarsio sulla superficie della materia, che si riempia di significati allusivi e simbolici.



Franco Solmi, 1982

Le opere di Domenico Norcia possono essere lette, specie quelle attuali, nel segno di una felicissimaambiguità ove l’elegiaco non si sposa necessariamente con il classico ma entra in sintonia con la più quotidiana delle realtà, con le sue figure e
le sue immagini. D’altra parte non manca una componente ironica che, dell’ironia,
ha tutta l’aderenza e il distacco, l’eleganza e la pungente inquietudine.
Mi sembra che nelle opere ultime – quelle figure di donna con casco che paiono ripetere in termini nuovissimi antichi riti formali, quasi una traduzione in termini irreparabilmente europei dei rituali figurativi della “Pop Art” americana, ma come privata di cinismo e di fissità dello sguardo – mi sembra che in queste ultime opere, dicevo, si raccolga come mai era avvenuto prima una coscienza personalissima dei rapporti di spazio e di tempo, delle connessioni fra cronaca e storia e rivisitate da
una memoria implacabilmente presente ma, nello stesso tempo, lontananze e stranita.
Si direbbe che Domenico Norcia abbia finalmente raggiunto la straordinario ma periglioso equilibrio fra sperimentazione formale ancora aperta e volontà di sospeso racconto a cui ha teso fin da principio in virtù di quella “educazione alla sintesi” di
cui ha così pertinentemente detto Nino D’Antonio a proposito di “Alessandra” o “Carmela”.
L’educazione alla sintesi di Domenico Norcia gli consente insomma di proporre in una immagine quieta e coerente tutti i segni dell’incoerenza possibile: del
quotidiano, appunto, che in sé racchiude i più squilibrati equilibri (compresi quelli
del linguaggio delle forme) costruendosi per ambiguità e antinomie.
È sorprendente, ad esempio, come lo scultore riesca ad inserire, con l’ovvietà di un iperrealista improvvisamente stregato, la nota oggettualistica (il rasoio, l’anello) o decorativa (il ricamo graffito nella carne levigatissima di una gamba) nel più rigoroso, ma ormai del tutto improbabile, contesto “classico”. Non riesco ad immaginare chi,
fra gli artisti di oggi che rileggono la storia e il presente dei miti mediterranei, possa giungere a tanta straordinaria naturalezza e vertigine del “far moderno”.
Non è solo questione di mestiere, pur coltivatissimo o di recupero transvanguardistico o transclassicistico, come si usa dire con pessimi neologismi.
È quella nuova dimensione d’incanto a cui il più disincantato dei simboli è costretto ad obbedire per pura necessità estetica, per mera forza di poesia.
È la mia, una constatazione assai più che una analisi, ma confortata da chi ben conosce e interpreta gli sviluppi e gli esiti di questa scultura.
Anna D’Elia scrive, riferendosi alle opere ultime, che Norcia “recupera valori arcaici e solenni, quasi un ritorno alla statuaria classica. Ma il recupero è provocatorio”.
Aggiungerei che è provocatorio perché ferma al nostro improbabile presente la fluttuante irrealtà dei rimandi di memoria. Una operazione, questa, che solo agli
artisti veri riesce quando sono in stato di grazia e riescono a parlarci il linguaggio della più affascinante ed inattuale attualità.

Dario Micacchi, 1989
“…La verità è che si è perso il mestiere, cioè la capacità del fare scultura. Per cui
non puoi che gioire, quando (ed è ormai un’occasione sempre più rara) t’imbatti in un’artista che ha anzitutto qualcosa da dire, ma soprattutto sa come dirlo.
Perché il dramma spesso è questo: l’ispirazione o il cosiddetto progetto
– chiamatelo come volete – abortisce proprio per i limiti connessi al fare. Si capisce allora il mio compiacimento dinanzi alle opere di Domenico  Norcia, nelle quali trova felice soluzione l’idea che si forma, materia nello spazio, sintesi di razionalità e fantasia…”